POSIZIONI NETTAMENTE CONTRARIE ALLA CARTA

 

Il 7 e l'8 dicembre si terrà a Nizza il Consiglio Europeo, cioè il vertice dei capi di governo dei 15 paesi che compongono l'Unione Europea. Tale vertice dovrà approvare in via definitiva la "Carta europea dei diritti fondamentali", un documento elaborato da 62 rappresentanti dei governi e del parlamento europeo che dovrebbe definire quali sono i diritti garantiti ed inviolabili di tutti i cittadini europei.
Per cominciare, nella Carta elaborata, manca un diritto fondamentale, quello ad un futuro di pace. Un altro diritto essenziale per le persone, quello di vivere in un ambiente non inquinato e in territori sicuri e non dissestati, è ridotto ad un semplice indirizzo per le politiche comunitarie, cioè non è riconosciuto come diritto.
Così come non vi è alcun accenno al diritto delle donne ad una maternità scelta e consapevole.
Ma è la parte sociale della Carta quella che lascia più insoddisfatti. Qualche esempio:
- il diritto al lavoro, cioè l'impegno della società affinché ognuno abbia garantita la possibilità di avere un lavoro è ridotto ad un generico "diritto di lavorare", senza che nemmeno si precisi chi dovrebbe garantire tale diritto;
- rispetto agli aspetti essenziali della sicurezza sociale la Carta parla di "diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali". La formulazione ambigua di questi diritti viene svelata nel testo ufficiale di commento e spiegazione: "
il riferimento ai servizi sociali riguarda i casi in cui siffatti servizi sono stati istituiti per garantire determinate prestazioni, ma non implica in alcun modo che essi debbano essere creati laddove non esistono". Inoltre si tende sovrapporre una centralità della famiglia sui diritti delle persone;
- anche il diritto alla contrattazione e allo sciopero su scala europea non è riconosciuto. Nel commento all'articolo 28 della Carta si legge infatti che: "
le azioni collettive, ad esempio lo sciopero, sono disciplinate dalle legislazioni e prassi nazionali, come pure il problema di stabilire se possano essere condotte parallelamente in vari stati membri". In sostanza la Carta non garantisce un bel niente e legislazioni nazionali, come quella tedesca, possono tranquillamente vietare scioperi internazionali.

Una Carta europea che non esprima con chiarezza quali debbano essere i diritti fondamentali degli uomini e delle donne e che in molti casi enunci formulazioni molto al di sotto di quanto dichiarato in diverse costituzioni nazionali, non è utile, anzi potrebbe essere dannosa.
Dentro un processo di unificazione europea, tutto incentrato sulle garanzie per il libero mercato e per i capitali, una Carta dei diritti così debole potrebbe diventare l'alibi per ridurre ulteriormente le tutele sociali.
Per questi motivi, a Nizza si svolgeranno diverse manifestazioni di critica o di vera e propria opposizione all'attuale formulazione della Carta:
mercoledì 6 dicembre è indetta la manifestazione della Confederazione Europea dei Sindacati e giovedì 7 dicembre si svolgerà la manifestazione indetta dalla Rete delle Marce Europee, da Attac e da moltissime altre associazioni. La manifestazione del 7 intende contestare lo svolgimento del vertice, sottolineando come non sia più ammissibile che 15 capi di governo decidano sulla testa di milioni di europei.

E' inaccettabile che il processo di unificazione europea, avvenga al di fuori di qualsiasi mandato democratico e che le scelte importanti vengano assunte dai capi di governo senza neanche il mandato dei rispettivi parlamenti. Un'unificazione europea tutta fondata sulla politica monetaria ed il dominio dei capitali finanziari, con una Banca Centrale Europea che non risponde delle proprie scelte neanche ai vertici governativi. Un progetto di Europa nel quale uno degli interessi principali è indirizzato alla costruzione della potenza militare, a cominciare dal 2003 quando si costituirà il primo contingente di 180.000 uomini.

 

 

La Carta dei diritti fondamentali adottata a Biarritz: uno strumento di regressione sociale

Nella prospettiva dei vertici di Biarritz e di Nizza, una buona parte dell’attività dei movimenti di cittadinanza e dei sindacati si è concentrata sulla questione della Carta europea dei diritti fondamentali, la cui elaborazione era stata decisa al Consiglio europeo di Colonia nel giugno 1999, e la cui versione finale è stata adottata al Consiglio europeo di Biarritz del 13 e 14 ottobre . E’ su questo tema che in particolare si preparano grandi mobilitazioni a Nizza.

Questo testo pone due questioni: quelle del suo contenuto e del suo statuto, alle quali alcuni aggiungono quella, più fondamentale, del suo fondamento. Queste questioni rinviano infatti alla natura stessa della costruzione europea e al suo avvenire.

Il contenuto, articolato in sette capitoli, propone tre grandi questioni:

- La prima è quella relativa ai diritti dell’uomo e alle libertà fondamentali, che riprende, per l’essenziale, le disposizioni di un testo già esistente, quello della Convenzione europea sui diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa. Questo testo, datato 1950, è stato ratificato a suo tempo dai paesi membri. Non lo è dall’Unione in quanto tale. Non sarebbe, semplicemente, la cosa da fare?

- La seconda parte raggruppa i diritti civili e politici già garantiti nelle Costituzioni dei paesi membri. Incorporarli in una Carta europea non aggiunge nulla di più ai cittadini di ciascuno di questi paesi.

- La terza parte, che tratta dei diritti economici e sociali, è evidentemente quella che solleva la maggior parte delle controversie e che mobilita i sindacati e i movimenti cittadini. Sotto la pressione del governo di Tony Blair, totalmente allineato alle posizioni del padronato britannico, questo testo, in alcuni suoi elementi, costituisce una regressione, particolarmente in rapporto: alle legislazioni di diversi paesi, tra cui la Francia; al Patto relativo ai diritti economici, sociali e culturali votato nel 1966 dall’assemblea generale dell’Onu a completamento della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948; alla Carta sociale rivista dal Consiglio d’Europa; a certe convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil).

I diritti sindacali vi sono largamente ignorati; il diritto di sciopero vi è stato introdotto solamente in extremis con un giro di frase; il diritto al lavoro vi è divenuto “il diritto di lavorare” (articolo 15); non vi è fatta alcuna menzione al diritto a un reddito minimo, ecc. La libertà di circolazione dei capitali, in compenso, è citata nel preambolo. Si comprende, in queste condizioni, che il contenuto della Carta susciti l’opposizione dell’insieme dei membri della Confederazione europea dei sindacati (Ces).

Inoltre, lo statuto della Carta non è ancora definito. Lo sarà, teoricamente, a Nizza. Si tratterà di un documento dal valore d’un semplice proclama, oppure avrà il valore di una prescrizione? In quest’ultima ipotesi e anche, secondo alcuni giuristi, nella prima, la sua applicazione toccherebbe alla Corte di giustizia delle Comunità europee, che ha fin qui fondato la maggior parte dei suoi decreti sul sacrosanto diritto alla concorrenza e che potrebbe, per esempio, essere chiamata ad arbitrare e a creare una giurisprudenza tra la libertà di circolazione dei capitali e il “diritto di lavorare”.

Nel suo contenuto attuale, la Carta rischia dunque di costituire una leva per rimettere in causa diritti sociali esistenti in numerosi paesi europei. Il paradossa sarebbe quello di un processo mirante, secondo i suoi iniziatori, a dare un “contenuto sociale” all’Europa, che venga utilizzato contro i diritti dei salariati. Una volta di più, la logica perniciosa dell’attuale costruzione europea appare in piena luce.

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