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Michele ed Enzo






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Giovani, partecipazione e Istituzioni Europee

Una delle sfide dei prossimi anni sarà quella di far sentire i giovani “cittadini” dell’Europa. Non più ospiti passivi, ma protagonisti dei percorsi di costruzione di cittadinanza attiva e di convivenza civile e democratica. Ci sono dei segnali che sembrano indicare un tragitto non facile. La forte dimensione dell’allontanamento dalla politica, negli Stati nazionali, le difficili modalità di partecipazione al voto che hanno ancora i cittadini dell’UE all’interno degli Stati, la scarsissima conoscenza non solo delle politiche messe in atto dalla Commissione Europea, ma delle stesse istituzioni Europee, il referendum, anti–Euro, vittorioso in Danimarca, le spinte nazionaliste e xenofobe, sono tutti segnali che portano a pensare che l’unità politica e il percorso di identità saranno ancora molto lunghi. È importante perciò che i giovani coltivino una sensibilità orientata alla costruzione di un’Europa democratica e solidale e – potremmo dire noi delle ACLI – fondata sul lavoro. È perciò auspicabile che le politiche orientate alla partecipazione giovanile, alla rappresentanza delle istanze dei giovani, sensibili alle delicate e controverse transizioni del mondo giovanile, restino un impegno centrale per la Comunità Europea e per gli Stati nazionali che, come purtroppo l’Italia, sono ancora molto indietro. Costruire l’Europa vuol dire promuovere tra i giovani una identità culturale e politica che si lasci alle spalle le divisioni e le guerre della prima metà del XX secolo. A maggior ragione il nostro Progetto assume valore, in quanto questa sensibilità è promossa dai giovani, con i giovani e per i giovani.  La Democrazia esige che la politica, quella che ha come obiettivo il bene comune, sia una responsabilità condivisa e  da costruire passo dopo passo. I giovani hanno un ruolo centrale nella costruzione dell’Europa democratica perché sono già proiettati verso il futuro.

Cittadinanza dell’Unione Europea e Carta dei diritti fondamentali

Alla fine del XX secolo l’Europa si trova di fronte ad una difficile scelta: ritornare ad un’Europa delle nazioni basata sui trattati tra Governi ed un sempre potente Consiglio dei Ministri, oppure dirigersi verso un’Europa dei cittadini con una Costituzione che fondi la cittadinanza dell’Unione e con una Carta dei diritti fondamentali. In questa situazione le strategie minimaliste per l’Europa e le tendenze alla ri-nazionalizzazione delle politiche non offrono alcuna prospettiva per il futuro. Ma, altresì, il mantenere lo status quo comporta il rischio della stagnazione. In passato è stata spesso la mancanza di volontà politica ad impedire che venissero fatti passi decisivi verso l’Unione dei cittadini. Anche se la cittadinanza europea è stata inclusa nei Trattati a Maastricht nel 1991, la sua forma ed il suo contenuto rimangono sconosciuti alla maggior parte dei cittadini. Per rimediare a questa situazione oggi l’Europa deve fare un salto di qualità. Deve divenire ovvio che l’Europa garantisce ai suoi cittadini sicurezza, libertà e giustizia. Il secolo scorso ha visto sul nostro continente troppe violazioni dei diritti umani. Recentemente i conflitti in Bosnia ed in Kosovo hanno dimostrato che l’Europa non è ancora in grado di gestire questi problemi. Per questi motivi oggi per l’Europa è necessario fondarsi su diritti fondamentali legalmente vincolanti che conferiscano alla cittadinanza dell’Unione reale sostanza. Una Carta dei diritti dovrebbe stabilire quali sono i diritti dei cittadini nei confronti delle istituzioni  dell’Unione ed assicurare che siano garantiti al più alto livello. Questa esigenza costituisce la parte centrale del più ampio progetto di una Costituzione per l’Unione. L’istituzionalizzazione della cittadinanza nel 1991 è stata quindi un passo importante. Fin dall’inizio nel 1974, con il concetto di Unione europea, il Parlamento Europeo ha giocato un ruolo importante nel promuovere e rinforzare le idee riguardanti l’Europa dei cittadini. Il diritto di voto nelle prime elezioni dirette del Parlamento europeo nel 1979 è stato il primo genuino diritto politico europeo attribuito ai cittadini degli Stati membri in virtù del fatto di essere cittadini della CEE. Da allora in poi il Parlamento ha sviluppato numerose proposte per rafforzare la cittadinanza europea. Nel suo progetto di Trattato sull’Unione europea del 1984, il Parlamento aveva concepito l’ormai familiare legame tra la cittadinanza di uno Stato membro e la cittadinanza a livello europeo. Naturalmente questo stretto legame tra cittadinanza nazionale ed europea, riaffermato nel Trattato di Amsterdam, crea dei problemi per lo sviluppo di una genuina cittadinanza europea. Gli Stati membri sono ancora i guardiani della cittadinanza europea. L’accesso agli Stati membri, e conseguentemente alla cittadinanza europea, è regolato in modo diverso da paese a paese e, come ha dimostrato il recente dibattito sul cambiamento delle regole tradizionali di accesso alla cittadinanza tedesca, si tratta di una materia ancora sensibile. Ciò significa che l’UE non può assicurare un’uniforme applicazione dei diritti di cittadinanza europea, specialmente per i cittadini di Stati terzi. Oltretutto si critica il fatto che i diritti discendenti direttamente dagli articoli riguardanti la cittadinanza siano molto limitati. Essi affermano il diritto di elettorato attivo e passivo nelle elezioni europee ed in quelle locali in uno Stato membro diverso da quello di appartenenza, così come dichiarano il diritto di protezione diplomatica da parte di qualunque Stato membro dell’UE in un paese terzo. Ogni cittadino europeo ha poi il diritto di scrivere alle istituzioni europee in una qualsiasi delle undici lingue dell’Unione e di ricevere una risposta nella stessa lingua. Ma oltre ai diritti derivanti direttamente dalle norme sulla cittadinanza, i Trattati garantiscono in molte loro altre parti, dedicate agli scopi dell’Unione ed alle quattro libertà fondamentali, che costituiscono il pilastro centrale del Mercato unico europeo.

L’allargamento ad EST dell’Unione

L’Agenda politica dell’Unione si presenta impegnativa e ricca di appuntamenti. Il Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, punta innanzitutto ad un ‘allargamento’ che dovrebbe portare nell’Unione oltre 28 Paesi, praticamente un raddoppio. L’allargamento avverrà verso Est e verso il Mediterraneo. Il negoziato di adesione è già molto avanzato con: Polonia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca, Estonia e Cipro.

È ancora in fase preliminare con altri Paesi come: Slovacchia, Romania, Lituania, Bulgaria e Malta. Più articolato e complesso appare il negoziato con la Turchia. Sarà sicuramente da prendere in considerazione la prospettiva dell’adesione (o quanto meno dell’associazione) di altri Paesi dell’area balcanica, come la Croazia, che nelle recenti elezioni politiche e presidenziali ha saputo cancellare il retaggio del precedente regime nazionalista.

Tuttavia nessun Paese potrà sperare di entrare nell’Unione prima del 2003. Nel suo intervento al nostro convegno di Vallombrosa, Romano Prodi diceva che tale allargamento porterà l’Europa da 362 milioni a 500 milioni di cittadini. Ma con conseguenze straordinariamente nuove. Si avrà il 32-33% di territorio in più, ma appena l’8-9% di reddito in più. Ebbene, rispetto al tema dell’Europa ‘più grande’,  a noi stanno a cuore due questioni.

La prima riguarda il sud-est dell'Europa, i paesi dell'area dei Balcani, a partire da quelli dell'ex-Jugoslavia che, in questi ultimi dieci anni, a causa del continuo stato di conflitto, hanno subito un processo di arretramento economico, sociale, civile, istituzionale e culturale che rischia di essere fonte di destabilizzazione per intere regioni d'Europa. Non pensiamo solo alle distruzioni materiali e ai flussi di rifugiati che, in corrispondenza delle fasi più tragiche dei conflitti, hanno trovato protezione umanitaria nei Paesi vicini. Pensiamo soprattutto al fatto che, in assenza di una politica internazionale, e in special modo europea, di ricostruzione economica, sociale e civile, il futuro di quei popoli e di quei Paesi rischia di venire segnato dal consolidarsi di poteri mafiosi e criminali.

Nella stessa logica, la seconda questione riguarda l'apertura all'area del Mediterraneo. Qui non solo valgono gli stessi elementi sottolineati per i Balcani e dunque la necessità, per l'Europa, di svolgere un ruolo "forte" nel disinnescare i conflitti che ancora sono presenti in quei Paesi, ma anche perché siano garantiti il rispetto dei diritti umani e il rispetto delle minoranze. Parliamo della questione curda in Turchia, ma anche di quella del popolo Sahrawi per il Marocco. E parliamo per l'Algeria,   così come per la Tunisia, di rispetto dei diritti umani e della libertà di opinione e di associazione.

Soprattutto sarebbe utile che l'allargamento dell'Europa ai Paesi del sud del Mediterraneo, divenisse un ponte per giungere finalmente ad una pace duratura nel Vicino Oriente, nei martoriati territori culla delle tre religioni dei figli di Abramo; ma, ancora, un ponte per la cooperazione con il continente africano, non un elemento di allontanamento dalla possibilità di un efficace aiuto allo sviluppo dei Paesi più poveri.

 

Commissione Europea e Altre Istituzioni

Mentre ci accingiamo ad entrare nel dibattito sulla conoscenza che i giovani hanno delle istituzioni all’interno dell’Unione Europea, sono in corso alcune importanti riforme.

Quando il prossimo 9 maggio 2000 l’Unione Europea celebrerà i suoi 50 anni, potrà contare sulle seguenti acquisizioni:

·        una moneta unica (l’Euro);

·        un bilancio di oltre 160 mila miliardi di lire consacrato alla realizzazione delle politiche comuni;

·        il primato del diritto comunitario sui diritti nazionali;

·        il voto a maggioranza all’interno dell’istituzione che rappresenta le sovranità nazionali (il Consiglio dell’Unione);

·        il potere di codecisione legislativa dell’istituzione che rappresenta i popoli dell’Unione (il Parlamento europeo, eletto a suffragio universale e diretto);

·        il potere di iniziativa costituzionale, legislativa ed esecutiva di un’istituzione indipendente dagli Stati membri (la Commissione europea);

·        il ruolo crescente della Corte di Giustizia di Lussemburgo;

·        la rappresentanza degli interessi economici e sociali e delle autorità locali e regionali nel Comitato economico e sociale e nel Comitato delle Regioni.

I lavori della conferenza intergovernativa, che sono iniziati nel febbraio scorso sotto la presidenza portoghese, dovranno decidere in ordine alle modifiche da apportare ai Trattati comunitari, secondo il mandato definito dal Consiglio europeo di Helsinki (dicembre 1999). I lavori dovranno concludersi a Nizza alla fine del semestre di presidenza francese, cioè a dicembre 2000.

La Conferenza intergovernativa (CIG) in corso, dunque, è importante non solo perché c’è la questione dell’allargamento dell’Unione, ma perché si dovranno affrontare le questioni aperte dal vertice di Amsterdam, vale a dire:

·        il numero dei Commissari;

·        la questione delle ponderazioni del voto dei singoli Stati in Consiglio;

·        la questione delle decisioni da prendere tramite una votazione a maggioranza qualificata anziché all’unanimità.

 

Il Lavoro in Europa

Con oltre 16 milioni di disoccupati, il lavoro si pone dunque come la questione centrale per l’Europa del dopo Euro. Non possiamo diventare solo un grande mercato, un gigante economico e lasciare fuori del circuito del lavoro milioni di giovani, di donne e non immaginare politiche di sviluppo specialmente per le aree più svantaggiate dell’Unione europea. Certamente la presenza di un capitolo sull’occupazione nel trattato di Amsterdam rinforza i mezzi di azione dell’Unione. Ma non può bastare, occorre un vero patto europeo per l’occupazione che tenga conto delle nuove condizioni di flessibilità del lavoro, delle nuove professionalità, delle nuove regole e della rappresentanza, in particolare, dei lavoratori atipici e di chi un lavoro ancora non lo ha. La globalizzazione e le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno radicalmente trasformando l’economia Europea: sono forze nuove e straordinarie, che offrono un immenso potenziale di sviluppo e di crescita economica. Appare sempre più evidente che la vera chiave del futuro è la conoscenza. Stiamo già vivendo nella società del sapere e dell’informazione, la cosiddetta “società cognitiva”, dove si richiede continuo aggiornamento e istruzione di qualità. La “nuova economia” di cui tutti oggi parlano si basa su capitali intangibili come le conoscenze, le idee, la gestione dell’informazione, la flessibilità; è un sistema in cui il rischio, l’incertezza, il cambiamento sono la regola piuttosto che l’eccezione, e in cui ogni branca dell’industria è costretta a “reinventarsi” giorno per giorno. Nel vertice di Lisbona sulla New Economy della settimana scorsa l’Unione Europea ha stabilito un obiettivo strategico per il decennio 2000-2009: fare dell’Europa uno spazio economico fondato sull’innovazione e sulle conoscenze, più dinamico e più competitivo che sappia innalzare il livello della crescita economica, dell’occupazione e la qualità del lavoro e sviluppare ulteriormente la coesione sociale. In particolare ci si propone: una crescita del 3% del PIL per i prossimi 10 anni, portare il tasso di occupazione dal 60 al 70% entro il 2010 e l’ingresso prepotente nell’universo di Internet. Obiettivo - quest’ultimo - non facile da conseguire anche se recenti statistiche dimostrano che nel nostro Paese si sta verificando una crescita fortissima del numero di utenti di Internet passati dagli 840.000 del 1997 ai 2,8 milioni del 1998 ai 4,8 milioni del 1999, con una previsione di oltre 10 milioni alla fine del 2000. Va detto però, in tutta franchezza, che fino ad oggi l’Italia e l’Europa hanno sfruttato in minima parte le potenzialità occupazionali della New Economy rispetto per esempio agli Stati Uniti, dove 2,3 milioni di posti di lavoro – senza considerare l’indotto - sono stati creati da imprese legate ad Internet. Ma, al di là delle potenzialità della New Economy, resta il fatto che il tema dell'occupazione si impone ancora oggi in Europa come una delle principali emergenze da affrontare. Infatti il tasso di occupazione nell'area Euro è del 58% (51,3% per l'Italia) contro il 74% degli Stati Uniti e un tasso di disoccupazione del 10,9% (12,2% per l'Italia) contro il 4,5% degli Stati Uniti. Una recente stima della Commissione europea ha valutato tra il 12 e il 20% del PIL i costi che derivano, anche indirettamente (es. criminalità, disagio giovanile, tossicodipendenza), dal sotto utilizzo del capitale umano “disoccupato”.

Michele S.

Roma, 24 aprile 2001


ultimo aggiornamento: giovedì 13 giugno 2002