ACLI di MONTAGNANA

 

 

 

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il Circolo ACLI

 

i Giovani delle Acli (GA)

di Montagnana

 

di Montagnana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA

 

 

... SI', MA SOLO UNA

 

FLESSIBILITA'

 

 

SOSTENIBILE

 

 

Il sondaggio realizzato dalle Acli di Montagnana su studenti di età 

compresa tra i 18 e i 20 anni, conferma la voglia di autonomia dei giovani 

(62%) e il crollo del mito del “posto fisso”. 

Chiedono però maggiori tutele 

igienico –sanitarie nei luoghi di lavoro, contratti legali, maggiori 

facilitazioni di accesso al credito e di deduzione fiscale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I giovani non rifiutano il lavoro flessibile, perché può consentire di organizzare con più libertà il proprio tempo, e può costituire uno stimolo a migliorare le proprie conoscenze. Ma sono preoccupati di non poter fare, in queste condizioni, progetti di vita a lungo termine e chiedono perciò maggiori tutele in termini di igiene e sicurezza nei posti di lavoro, forme contrattuali di lavoro legali per non cadere nel cosiddetto lavoro nero, facilitazioni nell’accesso al credito pubblico o privato, detrazioni fiscali per le spese che si sostengono in formazione, l’adozione della pratica del tirocinio e dello stage (il training on the job) per  poter fare esperienze all’interno delle aziende.

E’ quanto emerge da una ricerca svolta dalle Acli di Montagnana nel contesto di quella più ampia, nazionale, condotta dall’IREF, l’istituto di ricerca delle Acli, che, ha fornito gli elementi conoscitivi in base ai quali le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani hanno elaborato un “Manifesto dei nuovi lavori” contenente proposte concrete per far fronte alla flessibilità. Le proposte sono state presentate il 24 novembre alla Fiera di Verona, nel corso di un incontro cui hanno partecipato (con un intervento registrato) il Commissario UE Mario Monti, il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Roberto Maroni, il Segretario generale della Cisl Savino Pezzotta, il Consigliere per le relazioni industriali di Confindustria, Guidalberto Guidi, il Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e del lavoro, mons. Giancarlo Brigantini, e il Presidente nazionale delle Acli, Luigi Bobba. 

 

Tanta voglia di autonomia, crolla il mito del "posto fisso"

L’inchiesta delle Acli di Montagnana mette in luce le aspettative, i desideri le preoccupazioni dei giovani e il loro atteggiamento rispetto al mondo del lavoro e ai problemi della formazione professionale.

Ne risultano tendenze non sempre scontate: ad esempio, la preferenza della maggior parte degli studenti (62%) per il lavoro autonomo o parasubordinato rispetto al lavoro dipendente, cui aspirerebbe – tra l’indifferenza del 32% verso le alternative proposte - solo l’1% degli intervistati. O la non grossa fiducia nei sindacati che vengono indicati dal 32% del campione come i soggetti maggiormente in grado di assicurare la tutela dei lavoratori flessibili, con la stessa preferenza sia per i sindacati Confederali sia per gli autonomi (entrambi fissi al 16%).

 

 

Pro e contro la flessibilità 

 

La ricerca, come si è detto, indaga sulle reazioni dei giovani di fronte al lavoro flessibile,  una definizione entro cui rientrano tutte le occupazioni a tempo determinato, i contratti di apprendistato, l’interinale, il lavoro a domicilio per conto terzi, tutte le categorie del lavoro parasubordinato, i borsisti, i lavori di pubblica utilità e socialmente utili (LPU-LSU).

Il giudizio che viene espresso dagli intervistati (ma solo il 50% ha un’opinione in merito) contiene elementi negativi e positivi. Tra i primi, viene segnalato innanzitutto (20,9%) il peso della precarietà, dato che il lavoro flessibile impedisce di fare progetti di vita a lungo termine, e poi  viene denunciata la difficoltà di costruire una propria identità professionale (8%) e la mancanza di istituti di tutela (6,4%).

Ma ci sono anche valutazioni positive: la possibilità di organizzare liberamente il proprio tempo (14,5%), lo stimolo che questa forma di lavoro può dare al miglioramento delle proprie conoscenze (19,3%) e anche la possibilità di esprimere in pieno la propria professionalità (9,6%). Per rendere più sostenibile la flessibilità, con cui, piaccia o non piaccia, una gran parte dei giovani dovrà comunque fare i conti, sono dunque necessarie alcune forme di tutela socio-sanitaria, economica, e professionale.

Nell’ambito socio-sanitario le tutele richieste dagli intervistati riguardano la sicurezza nei luoghi di lavoro (17,7%), la malattia-invalidità (16%) e la maternità-paternità (16%); sul versante economico le richieste riguardano in primo luogo le forme contrattuali legali (22,5%), l’accesso al credito pubblico e privato (16,1%), la previdenza pubblica (11,1%) e integrativa (4,8%), mentre gli strumenti di tutela professionale che andrebbero introdotti si riferiscono ai tirocini e stage (20,9%), formazione continua (16,1%), all’istruzione professionale (12,9%) e all’informazione (12%).

Sarebbe indispensabile, inoltre, mettere a disposizione di chi svolge un lavoro flessibile una serie di servizi di orientamento formativo e lavorativo (20,9%), di consulenza professionale - dal know how dei settori d’impiego all’informazioni sulla stesura di progetti  - (14,5%), di assistenza legale (9,6%), ma anche di assistenza alla famiglia (6,4%). Per il 43,5% del campione la migliore politica occupazione a favore dei giovani sarebbe quella di individuare forme di sostegno alla formazione individuale tramite detrazione fiscale (possibilità di dedurre dalle tasse le spese sostenute per partecipare ad iniziative di formazione e qualificazione professionale), mentre per il 30,6% sarebbe quella dell’inserimento lavorativo con contratti a progetto (attività di prestazioni lavorative non determinate  temporalmente ma dalla durata di esecuzione del progetto) e solo per il 9,6% quella del sostegno alla formazione individuale attraverso buoni erogati dalle istituzioni pubbliche da spendere per l’acquisto di servizi di formazione professionale.

 

Il posto che vorrei: ecco le caratteristiche del lavoro ideale per i giovani

Emerge con chiarezza (62%) il desiderio di lavorare con autonomia. Il 33,8% degli intervistati dichiara infatti di volere svolgere lavoro autonomo (con un’ampia autonomia gestionale  e organizzativa) e il 29% indica il lavoro parasubordinato (con un buon livello di autonomia). Solo l’1% preferirebbe una occupazione dipendente, con limitata autonomia di organizzazione e gestione del proprio lavoro.

 

 

Il lavoro tra desideri e realtà

E’ interessante anche notare che i giovani vedono nel lavoro innanzitutto un modo per realizzarsi professionalmente (27,4%) e sostengono che la scelta del tipo di lavoro è subordinata alla propria professionalità, agli studi fatti e agli interessi coltivati (38,7%) oppure necessaria per recuperare uno stipendio che dia da vivere per non continuare a gravare sulle spalle dei genitori (24,1%).

Ma uno “stipendio cospicuo” sale al primo posto (25,8%) nella graduatoria delle caratteristiche del lavoro che contribuiscono a migliorare la qualità della vita. Al secondo posto figura la crescita personale (16,1%), poi  la possibilità di viaggiare e fare nuove esperienze (9,6%), l’autonomia professionale (6,4%), la realizzazione come lavoratore (6,4%), infine la sicurezza del posto (4,8%).

 

Il no-profit crea posti di lavoro

L’ultima parte dell’indagine si sofferma sul ruolo svolto dal Terzo settore a favore dell’occupazione. La grande maggioranza degli intervistati (62,9%) dichiara che le organizzazioni del sociale (cooperative, associazioni, ecc.) creano posti di lavoro, sia direttamente attraverso assunzioni nelle proprie strutture, sia indirettamente con azioni di sostegno alla formazione delle persone in cerca di lavoro. Secondo gli intervistati, poi, le organizzazioni del sociale possono contribuire efficacemente a contrastare il fenomeno della disoccupazione, soprattutto offrendo formazione  continua  e specialistica e mettendo al disposizione lo proprie strutture per l’orientamento.

3 dicembre 2001

 

 

 

 

 

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